DIDATTICA - Pareri

Parere svolto di diritto civile del 12 - 10 - 2013 n. 3

Tizio, stipula un contratto preliminare di vendita di un immobile con i promissari acquirenti Mevio e Sempronio.  All’atto della sottoscrizione del preliminare, i compratori versano al venditore una somma a titolo di caparra confirmatoria e, poi, un acconto sul prezzo di vendita del convenuto, consegnando “brevi manu” al proprietario alcune cambiali, firmate a garanzia del credito. Sennonchè, non accettate dal promettente venditore le cambiali, offerte in luogo del denaro, i promissari acquirenti chiedono, al competente Tribunale, risolversi, per inadempimento di controparte, lo stipulato contratto, nonché che sia loro restituita la caparra versata. Tizio si oppone alla domanda, agendo, anzi, in riconvenzionale, per sentir pronunciare la risoluzione per l’inadempimento degli opposti contraenti, oltre il risarcimento dei danni patiti. Il giudice di prime cure respinge la domanda attrice e accoglie in parte la domanda riconvenzionale proposta dai convenuti, dichiarando risolto il contratto preliminare per inadempimento degli attori, ma condannando il convenuto alla restituzione della caparra ricevuta, per difetto di prova della sussistenza dei danni lamentati a costoro.
Le parti impugnano la sentenza e i coniugi convertono la domanda di risoluzione in domanda di recesso e di ritenzione della caparra ricevuta; il giudice dell’impugnazione accoglie parzialmente l’appello dei promissari acquirenti, condannando gli appellanti a corrispondere loro gli interessi legali, maturati sulle somme versate a titolo di caparra , dal di del versamento fino al soddisfo e dichiara inammissibile l’appello interposto dai coniugi alienati, assumendo la tardività della domanda di recesso e di trattenimento della caparra. Il promittente venditore, ritenendo erronea la pronuncia del giudice di seconde cure, si recano dal legale di fiducia per sapere se la sentenza emessa dalla Corte d’appello sia o meno suscettibile di essere fondatamente contestata in Cassazione.
Il candidato, assunte le vesti del legale, premessi brevi cenni sugli istituti della risoluzione del contratto, del recesso e della ritenzione della caparra ricevuta, dica se sia possibile convertire per la prima volta in secondo grado l’originaria richiesta di risoluzione del contratto in domanda di recesso e contestuale trattenimento della caparra ricevuta, esplicitandone le relative ragione giuridiche.         
 


Il caso prospettato richiede, per la risposta al quesito che suscita, l’analisi di importanti istituti giuridici quali la risoluzione del contratto, il recesso e la ritenzione della caparra ricevuta. Preliminarmente, pertanto, è opportuno far cenno a tali istituti.
La risoluzione del contratto designa, in generale, l’estinzione del contratto a prestazioni corrispettive per un evento impeditivo da cui deriva lo scioglimento del contratto stesso. La risoluzione del contratto, pertanto, può avvenire per varie cause: ad esempio, e senza voler essere esaustivi, l’art. 1467 cod. civ. prevede la risoluzione per eccessiva onerosità, ove si assiste ad un grave aumento del costo economico della prestazione cagionato da eventi straordinari ed imprevedibili; oppure, vi può essere la risoluzione per impossibilità sopravvenuta, prevista dagli artt. 1463 e ss. del cod. civ., ove lo scioglimento del rapporto contrattuale deriva da una sopravvenuta impossibilità di adempiere, totalmente o parzialmente, alla prestazione. Ciò che però interessa, ai fini della soluzione del quesito posto dalla traccia, è la risoluzione del contratto per inadempimento, prevista dall’art. 1453 cod. civ., che testualmente afferma: “Nei contratti con prestazioni corrispettive, quando uno dei contraenti non adempie le sue obbligazioni, l’altro può a sua scelta chiedere l’adempimento o la risoluzione del contratto, salvo, in ogni caso, il risarcimento del danno. La risoluzione può essere domandata anche quando il giudizio è stato promosso per ottenere l’adempimento; ma non può chiedersi l’adempimento quando è stata domandata la risoluzione. Dalla data della domanda di risoluzione l’inadempiente non può più adempiere la propria obbligazione”. Il legislatore, quindi, con la previsione di cui all’art. 1453 cod. civ., ha voluto offrire tutela al creditore che, nei contratti a prestazioni corrispettive, si trovi di fronte ad una parte inadempiente, al quale può chiedere l’adempimento o la risoluzione del contratto, salvo il diritto al risarcimento del danno. Come previsto dal successivo art. 1455 cod. civ., il contratto non può risolversi se l’inadempimento di una delle parti ha scarsa importanza, avuto riguardo all’ interesse dell’altra. La Cassazione infatti ha affermato che, ai fini della valutazione della gravità dell’inadempimento, si deve tener conto sia dell’entità oggettiva di esso, sia del protrarsi dei suoi effetti, sia della natura e della finalità del rapporto, sia dell’interesse che l’altra parte intende realizzare, sia delle eventuali negligenze di entrambe le parti, l’una nei confronti dell’altra (cfr. Cass., sez III, 29 settembre 2011, n.19879; Cass., sez. III, 19 agosto 2003, n.12112). In tema di prova dell’inadempimento dell’obbligazione, il creditore che agisca per la risoluzione del contratto, per il risarcimento del danno, ovvero per l’adempimento deve soltanto provare la fonte, negoziale o legale, del suo diritto ed il relativo termine di scadenza, limitandosi alla mera allegazione della circostanza dell’inadempimento della controparte, mentre il debitore convenuto è gravato dell’onere della prova del fatto estintivo dell’altrui pretesa (cfr. Cass., sez. I, 15 luglio 2011, n.15659).
In merito al diritto di recesso, va analizzato l’art. 1373 cod. civ., secondo cui: “Se ad una delle parti è attribuita la facoltà di recedere dal contratto, tale facoltà può essere esercitata finché il contratto non abbia avuto un principio di esecuzione. Nei contratti ad esecuzione continuata o periodica, tale facoltà può essere esercitata anche successivamente, ma il recesso non ha effetto per le prestazioni già eseguite o in corso di esecuzione. Qualora sia stata stipulata la prestazione di un corrispettivo per il recesso, questo ha effetto quando la prestazione è eseguita. È salvo ogni patto contrario”. Il diritto di recesso sussiste, pertanto, quando ad una delle parti è attribuita la facoltà di sciogliere unilateralmente il contratto in base ad una libera dichiarazione di volontà. La clausola con la quale si attribuisce ad uno o ad entrambi i contraenti la facoltà di recesso ex art. 1373 cod. civ., siccome derogativa al principio generale per il quale il contratto ha forza di legge tra le parti, deve essere sempre redatta in termini inequivoci, tali da non lasciare alcun dubbio circa la volontà dei contraenti di inserirla nel negozio da loro sottoscritto. L’atto di recesso, quindi, integra un negozio recettizio unilaterale, il quale, pur non richiedendo formule sacramentali, rimane tuttavia soggetto, secondo la Cassazione, alle stesse garanzie di forma prescritte per il contratto costitutivo del rapporto al cui scioglimento il recesso sia finalizzato (cfr. Cass., 7 giugno 1990, n.5454). In merito al termine entro cui tale diritto va esercitato, la Cassazione ha affermato che il diritto di recesso ex art. 1373 cod. civ., insuscettibile di interpretazione estensiva per la sua natura di eccezione al principio generale della irrevocabilità degli impegni negoziali, non può essere svincolato da un termine preciso o, quantomeno, sicuramente determinabile, in assenza del quale l’efficacia del contratto resterebbe indefinitamente subordinata all’arbitrio della parte titolare di tale diritto, con conseguente irrealizzabilità delle finalità perseguite con il contratto stesso (cfr. Cass., 22 dicembre 1983, n.7579). Infine, per quanto riguarda l’onere della prova, la Cassazione ha stabilito che il recesso unilaterale, lungi dal costituire una facoltà normale delle parti, presuppone, invece, a norma dell’art. 1373 cod. civ., che essa sia specificamente attribuita per legge o per clausola contrattuale e, in quest’ultimo caso, l’onere di provarne l’esistenza ricade sulla parte che intende farla valere in giudizio (cfr. Cass., sez. lavoro, 12 febbraio 1990, n.987).
Venendo, infine, all’istituto della caparra confirmatoria, l’art. 1385 cod. civ. afferma che: “Se al momento della conclusione del contratto una parte da all’altra, a titolo di caparra, una somma di danaro o una quantità di altre cose fungibili, a caparra, in caso di adempimento, deve essere restituita o imputata alla prestazione dovuta. Se la parte che ha dato la caparra è inadempiente, l’altra può recedere dal contratto, ritenendo la caparra; se inadempiente è invece la parte che l’ha ricevuta, l’altra può recedere dal contratto ed esigere il doppio della caparra. Se però la parte che non è inadempiente preferisce domandare l’esecuzione o la risoluzione del contratto, il risarcimento del danno è regolato dalle norme generali”. La caparra confirmatoria di cui all’art. 1385 cod. civ. assume, quindi, la funzione di liquidazione convenzionale del danno da inadempimento qualora la parte non inadempiente abbia esercitato il potere di recesso, venendo così ad essere legittimata a ritenere la caparra ricevuta o ad esigere il doppio di quella versata. La caparra confirmatoria costituisce, inoltre, un contratto che si perfeziona con la consegna che una parte fa all’altra di una somma di danaro o di una determinata quantità di cose fungibili per il caso di inadempimento delle obbligazioni nascenti da un diverso negozio ad essa collegato e, sebbene la prestazione della caparra confirmatoria, necessaria al perfezionamento del negozio, sia riferita dall’art. 1385 cod. civ. al momento della conclusione del contratto principale, la Cassazione ha affermato che le parti, nell’ambito della loro autonomia contrattuale, possono, tuttavia, differirne la dazione ad un momento successivo, purché anteriore alla scadenza delle obbligazioni pattuite (cfr. Cass., sez. II, 15 aprile 2002, n,5424).
Ciò premesso, occorre evidenziare che il problema centrale del caso prospettato consiste nell’accertare se sia possibile o meno convertire, per la prima volta in appello, l’originaria richiesta di risoluzione del contratto in domanda di recesso e contestuale trattenimento della caparra ricevuta. Al riguardo, un primo aspetto fondamentale viene in rilievo dalla lettura del primo comma dell’art. 345 cod. proc. civ., secondo cui nel giudizio di appello non possono proporsi domande nuove e, se proposte, debbono essere dichiarate inammissibili d’ufficio; l’articolo aggiunge che possono, tuttavia, domandarsi gli interessi, i frutti e gli accessori maturati dopo la sentenza impugnata, nonché il risarcimento dei danni sofferti dopo la sentenza stessa. La ratio di tale norma, quindi, va individuata nella volontà del legislatore di assicurare il doppio grado di giudizio sul medesimo oggetto e sulle medesime questioni, escludendo le ipotesi di introduzione in appello di nuove domande che non siano già state proposte dinanzi al giudice di primo grado. Orbene, va chiarito se la sopra citata conversione in appello dell’originaria richiesta integri domanda nuova e sia, quindi, inammissibile.   
In merito, la Cassazione ha elaborato due orientamenti giurisprudenziali contrastanti: secondo il primo, nell’ipotesi di versamento di una somma di danaro a titolo di caparra confirmatoria, la parte adempiente che abbia agito per l’esecuzione o la risoluzione del contratto e per il risarcimento del danno ai sensi dell’art. 1453 cod. civ., può, in sostituzione di dette pretese, chiedere anche in appello il recesso dal contratto a norma dell’art. 1385, comma 2° cod. civ., non costituendo tale richiesta una domanda nuova, bensì configurando, rispetto alla domanda di adempimento o di risoluzione, l’esercizio di una perdurante facoltà e solo un’istanza ridotta, con riguardo alla proposta risoluzione, nello stesso ambito risarcitorio, in relazione all’inadempimento dell’altra parte (cfr. Cass., 24 gennaio 2002, n.849). La Cassazione ha, poi, confermato la possibilità di sostituire in appello la richiesta di risoluzione del contratto e risarcimento del danno con quella di recesso e della ritenzione della caparra anche nel caso in cui si sia già verificata la risoluzione del contratto, dato che rientra nell’autonomia privata la facoltà di rinunciare agli effetti della risoluzione del contratto per inadempimento (cfr. Cass., sez. III, 10 febbraio 2003, n.1952).      
 Secondo l’altro orientamento, invece, l’art. 1385 cod. civ. non è applicabile quando la parte, anziché recedere dal contratto, si avvalga del normale rimedio della risoluzione, giacché, in tal caso, la caparra perde la propria funzione di risarcimento del danno, anticipatamente e convenzionalmente determinato (cfr. Cass., sez. III, 30 marzo 1995, n.3805). In conformità a tale orientamento, più di recente la Cassazione ha affermato che la parte adempiente che abbia agito per la risoluzione del contratto non può in appello mutare la propria linea difensiva dichiarando di esercitare il diritto di recesso e di trattenere quanto ricevuto a titolo di caparra, in quanto la perdurante facoltà di esercitare il recesso ed i diritti ad esso conseguenti presuppone che il contratto dal quale si pretende di recedere esista ancora, mentre, qualora sia intervenuta in primo grado pronuncia dichiarativa dell’avvenuta risoluzione con effetti ex tunc, l’accertata risoluzione de iure del contratto esclude che possa recedersi da un contratto già risolto. (cfr. Cass., sez. II, 19 aprile 2004, n.9040).    
A dirimere tale contrasto sono, pertanto, intervenute le SS.UU. della Cassazione, affermando che qualora il contraente non inadempiente abbia agito per la risoluzione (giudiziale o di diritto) ed il risarcimento del danno, costituisce domanda nuova, inammissibile in appello, quella volta ad ottenere la declaratoria dell’intervenuto recesso con ritenzione della caparra (o pagamento del doppio), avuto riguardo - oltre che alla disomogeneità tra la domanda di risoluzione e quella di recesso ed all'irrinunciabilità dell’effetto conseguente alla risoluzione di diritto -all’incompatibilità strutturale e funzionale tra la ritenzione della caparra e la domanda di risarcimento: la funzione della caparra consistendo in una liquidazione anticipata e convenzionale del danno volta ad evitare l’instaurazione di un giudizio, risulterebbe infatti frustrata se alla parte che abbia preferito affrontare gli oneri connessi all’azione risarcitoria per ottenere un ristoro patrimoniale più cospicuo fosse consentito di modificare la propria strategia difensiva, quando i risultati non corrispondano alle sue aspettative (cfr. Cass., S.U., 14 gennaio 2009, n.553).         
Pertanto, alla luce delle suesposte considerazioni, è opportuno che Tizio di non impugni le sentenza di appello con ricorso per Cassazione, poiché il recente orientamento introdotto a Sezioni Unite, volto a dirimere il precedente contrasto giurisprudenziale, ritiene inammissibile, costituendo nuova domanda e pertanto contrastante con l’art. 345 cod. proc. civ., la modifica in appello della richiesta di risoluzione per inadempimento contrattuale e contestuale risarcimento del danno in domanda di recesso e trattenimento della caparra.


 







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